Recensione di God of War: Sons of Sparta
, di Enzo
God of War: Sons of Sparta, due fratelli che avrebbero potuto fare di meglio
Dopo aver segnato la storia dei videogiochi per oltre vent’anni, il franchise God of War continua a esplorare le diverse sfaccettature del suo personaggio iconico. Ma mentre le ultime avventure di Kratos hanno profondamente rinnovato la formula del franchise, God of War: Sons of Sparta sceglie una direzione a dir poco inaspettata: quella del gioco d’azione-avventura in 2D, con un’estetica retrò in pixel art. Questo nuovo episodio punta quindi a trasporre il DNA della serie in un genere radicalmente diverso, pur rimanendo pienamente integrato nel suo universo.
Uscito il 12 febbraio 2026 in esclusiva su PlayStation 5, God of War: Sons of Sparta è stato annunciato durante uno State of Play ed è uscito in contemporanea con i festeggiamenti per i 20 anni della serie. Sony e Santa Monica Studio hanno inoltre approfittato di questo anniversario per confermare l’attesissimo sviluppo di un remake della trilogia greca originale. Se questo titolo doveva essere una piccola sorpresa per i fan in occasione dei 20 anni, per ingannare l’attesa, in realtà potrebbe lasciare l’impressione di un amaro premio di consolazione che sembra un progetto secondario ben lungi dall’essere completato.
Direzione artistica e universo
È difficile criticare l’universo dei giochi God of War, visto che la mitologia è molto apprezzata nel mondo dei videogiochi, e lo è ancora di più quando viene esaltata dal franchise. Come al solito, ci sono tantissime figure divine, accompagnate da una serie di creature leggendarie e da una serie di paesaggi interessanti. I diversi scenari della Laconia offrono una bella varietà, tra architetture spartane, templi, foreste e ambienti più mistici.
Come gli altri capitoli del franchise, Sons of Sparta vanta una colonna sonora particolarmente curata, che trasmette un senso di grandiosità, potenza e avventura eroica. Questo lavoro è stato affidato ancora una volta a Bear McCreary, che adatta il suo approccio alle ambizioni del titolo mescolando sonorità ispirate ai giochi retrò con le impetuose parti orchestrali e corali tipiche di God of War.
Passando dagli ambienti 3D molto realistici degli episodi recenti alla pixel art, si crea comunque un certo contrasto. Santa Monica e Mega Cat Studios puntavano a fornire all’antica Grecia un’identità visiva retrò. Purtroppo, però, non ci ha convinto molto. A dire il vero, pensiamo addirittura che avrebbe potuto essere curata di più, magari con texture che fornissero più dettagli, effetti di profondità migliori e luci più belle, come è riuscito a fare il gioco in pixel art Replaced.
Gameplay
Questa nuova avventura si basa quindi su un mix piuttosto singolare: da un lato, i combattimenti e le creature mitologiche di God of War; dall’altro, una struttura in 2D ispirata alle produzioni retrò e al genere action-platform. Sulla carta, si tratta di una formula che ha il merito di uscire dai sentieri battuti, in particolare per questa serie, ma che presenta un certo ritardo dal punto di vista tecnico e ludico. Per quanto riguarda l’esplorazione, la formula è tutto sommato classica. Alcuni enigmi, però, richiedono tempi di esecuzione un po’ stretti. Per curiosità, la modalità storia con difficoltà “facile” (“storia” per la maggior parte dei giochi) non cambia nulla da questo punto di vista.
Il sistema di combattimento, incentrato principalmente sulla lancia e sullo scudo, si basa su attacchi, schivate e parate (basate su un sistema di colori che indica la reazione migliore da adottare). Niente di particolarmente negativo sulla carta, ma diventa molto rapidamente piuttosto ripetitivo e noioso. Attenzione a chi si è abituato troppo al lancio di asce e alle lame del caos attaccate alle braccia: qui dovrai essenzialmente colpire con il tasto quadrato e proteggerti o schivare a seconda della situazione.
Inoltre, la difficoltà risulta relativamente irregolare. Alcuni passaggi si superano senza vera resistenza, mentre alcuni scontri possono presentare veri e propri picchi di difficoltà rispetto al resto dell’avventura. Stessa constatazione per i boss: alcuni offrono scontri piuttosto interessanti, mentre altri svelano una semplicità eccessiva o, al contrario, una difficoltà artificiale con finestre di sensibilità ai danni troppo ridotte, che allungano davvero la durata del combattimento senza aggiungere granché.
Infine, nonostante il titolo Sons of Sparta e l’importanza data al rapporto tra Kratos e Deimos, è un peccato non poter giocare l’avventura principale in vera modalità cooperativa a due giocatori… fin dall’inizio. Che idea è quella di chiederti di finire il gioco una prima volta per poi rigiocarlo in cooperativa? Cosa può mai giustificare questa scelta, che non funge a vantaggio dello scopo del gioco? L’esperienza cooperativa completa avrebbe forse offerto al titolo un valore aggiunto.
Ritmo e progressione
Il ritmo di God of War: Sons of Sparta è purtroppo uno dei principali ostacoli all’esperienza di gioco, con una progressione che a volte manca di dinamismo. Il principio del Metroidvania implica ovviamente qualche andirivieni per riesplorare le zone con nuove abilità. Tuttavia, questi spostamenti diventano rapidamente fastidiosi a causa, secondo noi, di punti di teletrasporto troppo rari e soprattutto piuttosto distanti l’uno dall’altro.
Il problema si fa sentire soprattutto quando devi tornare a Sparta per potenziare l’equipaggiamento o portare avanti certe missioni: il tragitto da percorrere ogni volta ti fa semplicemente passare la voglia di tornare regolarmente in città, e preferisci continuare sulla tua strada anche a costo di rimanere un po’ indietro con l’equipaggiamento.
Anche la progressione di Kratos a volte fornisce l’impressione di essere un po’ avara: dopo circa cinque o sei ore di gioco, il tuo equipaggiamento è ancora solo al livello 2, il che limita inevitabilmente la sensazione di diventare più forte. Stessa cosa con alcuni oggetti essenziali, come la pozione di cura, che arriva sorprendentemente tardi nell’avventura e fornisce l’impressione che il gioco trattenga artificialmente alcune comodità.
A forza di moltiplicare questi sblocchi distanziati nel tempo, Sons of Sparta fatica quindi a creare una vera dinamica di progressione. Un ribilanciamento nell’ottenimento dei livelli, dell’equipaggiamento e delle abilità avrebbe senza dubbio permesso di rendere le prime ore più gratificanti e di concretizzare meglio l’ascesa di potenza del giovane Kratos. L’avventura non è proprio lenta per tutto il tempo, ma soffre di una mancanza di fluidità nella sequenza degli eventi, proprio dove un Metroidvania dovrebbe invece fornire l’incentivo a esplorare, a tornare indietro e a vedere subito i benefici di ogni nuovo potenziamento.
Sons of Sparta: la storia in cui dovremmo essere in due
Il titolo racconta una storia canonica ambientata durante gli anni della giovinezza di Kratos, in un’epoca in cui il futuro Dio della Guerra è ancora solo un giovane spartano sottoposto al duro addestramento dell’Agoge. Insieme a suo fratello Deimos, percorre la Laconia e deve mettere a frutto il suo addestramento militare quando uno dei loro compagni scompare misteriosamente. Ed ecco il colpo di scena che, secondo noi, rovina tutto.
Facciamo un passo indietro. Stiamo parlando di un futuro dio dal destino sanguinario, un eroe noto per la sua determinazione e la sua violenza (prima di calmarsi in God of War: Ragnarök) e il colpo di scena che guiderà gran parte della storia è un compagno di scuola scomparso forse per andare a cercare vino e anguille per la sua ricetta di cucina? Il potenziale è decisamente sprecato: c’era così tanto da fare con una narrazione così raffinata e una regia così curata come quelle dei recenti capitoli per PS4 e PS5.
Nonostante tutto, apprezziamo i (troppo rari) momenti in cui Kratos da adulto riprende il racconto con sua figlia Callisto. A nostro avviso, questi momenti narrativi avrebbero dovuto essere molto più presenti perché rappresentano un vero e proprio punto di collegamento tra la storia che ci viene raccontata e il Kratos del presente, quello che tutti conosciamo e amiamo.
Se il titolo è Sons of Sparta, ci si aspetta davvero che la storia ruoti attorno ai due fratelli. Che ci trasporti nel loro passato, nei loro conflitti, nelle loro vittorie e nelle loro sconfitte… insomma, in quel rapporto così speciale che li unisce prima che prenda una svolta drammatica, ben nota nel resto del franchise. Eppure, niente di tutto questo è stato davvero approfondito: Deimos interviene di tanto in tanto senza diventare concretamente un elemento centrale della trama.
Aspetti tecnici
Per quanto riguarda la giocabilità e l’ergonomia, il titolo fornisce purtroppo spesso l’impressione di un gioco piuttosto rigido, se non addirittura datato nella sua concezione. I movimenti mancano di fluidità e alcune interazioni con l’ambiente risultano inutilmente limitanti, soprattutto quando un nemico occupa una sporgenza che stai cercando di raggiungere. È quindi impossibile arrampicarsi finché la creatura non viene eliminata, il che diventa particolarmente fastidioso quando questa decide semplicemente di rimanere ferma lì per impedirti di andare avanti.
Un comportamento tutt’altro che isolato, dato che l’intelligenza artificiale può spesso rivelarsi passiva o mal posizionata, con nemici che restano piantati sul bordo di una piattaforma senza attaccare davvero.
A questo si aggiungono hitbox a volte imprecisi e alcuni bug di collisione che rafforzano ulteriormente questa sensazione di mancanza di rifinitura. Purtroppo, la mappa e l’interfaccia non se la cavano molto meglio: nel complesso risultano piuttosto semplici, a tratti poco leggibili e non sembrano aver beneficiato di un vero sforzo per facilitare la navigazione. Eppure, in un Metroidvania in cui l’esplorazione e gli spostamenti avanti e indietro costituiscono una parte importante dell’esperienza, questi elementi avrebbero meritato maggiore cura.
Testato su PS5. Dai un’occhiata alla nostra politica di valutazione qui.
5/10
In definitiva, God of War: Sons of Sparta mantiene un universo affascinante come sempre, e ritrovare la mitologia greca e gli anni giovanili di Kratos è ovviamente piacevole. Eppure, è difficile non percepire una seria mancanza di quell’effetto “wow”, soprattutto per una serie così abituata a lasciare a bocca aperta. Mentre gli episodi precedenti ci avevano abituati a sequenze cinematiche spettacolari, a una regia curata e a sequenze capaci di lasciare il segno, Sons of Sparta si rivela sorprendentemente classico, a volte persino francamente banale.
Non ci si doveva aspettare la portata di un God of War Ragnarök, tanto più che il posizionamento e il prezzo del gioco non giocano chiaramente nella stessa categoria. Ma con Santa Monica Studio dietro al progetto, avevi comunque il diritto di sperare di più. Oltre ai vari difetti menzionati in questa recensione, la cosa più frustrante è forse che questa sensazione si ritrova proprio nel titolo stesso: chiamato Sons of Sparta, il gioco alla fine mette in risalto ben poco il fratello minore e il legame unico che li unisce.
- + Un universo sempre affascinante
- + Colonna sonora davvero coinvolgente
- + Bestiario e archivi interessanti
- - Un'esperienza nel complesso un po' superficiale
- - Ritmo e gameplay poco convincenti
- - Una regia piuttosto discreta
- - Una trama poco avvincente









